Senzapensione

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Effetti della pensione del futuro
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giovedì 24 maggio 2012

IL PENSIONATO PIU' RICCO D'ITALIA

Riroduco fedelmente l'artico trovato sul Blog del giornalista Mario Giordano. Ancora una dimostrazione di come questo paese non possa che sprofondare. Il pensionato più ricco d’Italia (quello che prende 90mila euro al mese) By Mario Giordano On aprile 30, 2011 "Molti mi hanno chiesto chi è il pensionato che prende dall’Inps 90mila euro al mese. Si chiama Mauro Sentinelli, è un ingegnere elettronico, ex manager della Telecom. E’ stato l’inventore del servizio prepagato Tim Card, tanto per dire. Nel 1999 è diventato Cavaliere della Repubblica, nel 2002 Commendatore, nel 2006 Grand’Ufficiale. Nella sua carriera, tutta telefonica, una sola ombra: la rottura piuttosto brusca, e mai spiegata fino in fondo, nel 2005 con Marco Tronchetti Provera. “A Mauro Sentinelli fu consigliato di passare alla cassa a non farsi più vedere”, scrissero allora i giornali. Sarà: ma se non doveva farsi più vedere perché nell’aprile 2010 è stato richiamato in Telecom come consigliere d’amministrazione? Nessuno l’ha mai spiegato. Sul punto non ci sono certezze. L’unica certezza è che il consigliere d’amministrazione di Telecom Mauro Sentinelli è il pensionato più ricco d’Italia. Prende 90.246 euro al mese , circa 3008 euro al giorno, che si vanno ad aggiungere al gettone di presenza Telecom. Ma l’incasso non gli deve sembrare sufficiente: nel marzo 2009 si è fatto nomrinare anche amministratore unico di Ectel Internation Sr e nel giugno 2010 è diventato presidente del consiglio d’amministrazione di Enertel Servizi Srl. Non male per un pensionato, no?" Cos' se ne vanno i nostri contributi.

giovedì 10 maggio 2012

i tempi del governo e del parlamento

Tre giorni per approvare una riforma delle pensioni iniqua e raffazzonata e tre mesi per arrivare a tagliare solo il 50% di 180 milioni di euro dell'ultima trance del finanziamento pubblico ai partiti. Anche dopo la batosta elettorale che ha portato violentemente alla ribalta il MOVIMENTO CINQUESTELLE, Governo e Parlamento mostrano di vivere in una dimensione diversa dal reale. Lo status quo va protetto e tutelato, succede con il lento pede nel procedere agli accordi con la svizzera per la tassazione dei capitali che altri paesi, con ben altra situazione finanziaria, hanno da tempo adottato, con la riottosità a riconoscere lo scandalo delle pensioni d'oro. Nel programma del Movimento Cinquestelle non ho trovato riferimento alla materia pensionistica. Di pensioni e di taglio delle pensioni sopra i 3 mila euro mensili ha parlato invece più volte Grillo. Aspettiamo che le dichiarazioni siano trasferite nel programma e chiediamo tutti che sia fatto al più presto. Poi, tutti insieme, votiamo Cinquestelle e... incorciamo le dita.

martedì 24 aprile 2012

stipendi fermi come nell'83

Dice l'Istat che la forbice fra aumnento degli stipendi (1,2) ed inflazione (3,3,)si è allargata al livello del 1983. Trenta anni fa, quando però l'inflazione viaggiava a doppia cifra e, come insegna la vecchia curva di Philips, la situazione del lavoro era quasi da pieno impiego. Oggi invece calano gli stipendi, aumenta l'inflazione e pure la disoccupazione, toccando livelli pericolosi per un paese non più abituato da tempo a vivere tensioni socio economiche importanti. Il rischio, per tutti i lavoratori dipendenti, non è solo quello di vedere minacciato il proprio posto di lavoro, ma di veder compromesso anche quella parte che il nostro lavoro ha sin qui maturato e avrebbe dovuto esser messo da parte per assicurare il nostro futuro pensionistico. E' proprio la condizione di contingente crisi economica che dovrebbe mostrare la debolezza del sistema pensionistico falsamente mutualistico vigente. Ai lavoratori dell'economia di crisi si chiede oggi di continuare a pagare contributi per pensioni di altri, maturate con pochi anni di lavoro e con un sistema di calcolo basato sull'ultimo stipendio percepito, mentre quegli stessi contributi versati per tempi sempre più lunghi non ci potranno assicurare la men che minima pensione onorevole e nemmeno essere utilizzati per risolvere il problema contingente. Quello della possibile perdita del lavoro, del bisogno di affrontare problemi emergenti ed affrontere nuove scelte di vita e di lavoro.

sabato 17 dicembre 2011

Dipendenti di serie A e dipendenti di serie Z

Non basta la disgrazia di trovarsi da lavoratori dipendenti a metà del guado o anche un poco oltre, verso la pensione. Non basta fatto di dover subire sulla propria pelle le necessità degli altri. Di quelli che in pensione ci sono già, di quelli a cui mancava pochissimo e di quelli che, senza lavoro o precari, dovrebbero in futuro pagare le nostre. Non basta un orizzonte privo di alternative ed un futuro obbligato e deciso da altri. No, non basta. Bisogna anche scoprire che mentre la nostra pensione si allontana sempre di più e si assottiglia sempre di più, i dipendenti di palazzo Chigi, sede del governo, oltre ad aver goduto nel corrente anno di un aumento dello stipndio del 15%, in pensione ci vanno ancora a 55 anni.
Per loro, nessun cambiamento, a meno che non sia in meglio.
Nella disgrazia, escludendo ovviamente chi già se la passa peggio di noi, solleva un poco sapere che anche per altre categorie c'è da stringere la cinghia. Niente, nemmeno quel contentino abbiamo!

martedì 1 novembre 2011

Pensione sotto il 50%

Sul Corriere di oggi “I conti delle pensioni degli Under 40 – L’assegno può essere al di sotto del 50” viene confutata e deprivata di ogni fondamento la ricerca del sig. Petrarca, dirigente dell’INPS e, manco a dirlo ex. Sindacalista della CGIL che, solo qualche giorno fa, annunciava la bella notizia che, lavorando di più e andando in pensione a 70 anni la pensione per l’esercito del contributivo sarebbe potuta arrivare al 70% dello stipendio netto.
In realtà, secondo l’Acta, l’Associazione dei Consulenti del Terziario Avanzato, ben che vada dopo 40 e oltre di lavoro le pensioni calcolate con il sistema contributivo si attesteranno al di sotto del 60% dello stipendio e, moltissime, facilmente al di sotto del 50%.
Tra i motivi, a volerne elencare uno, il fatto che la rivalutazione annuale del montante contributivo sia agganciata all’andamento del PIL. In Italia, come si è visto negli ultimi anni, sostanzialmente paria a ZERO.
In questi anni, come dicevo nell’ultimo articolo, i nostri contributi non hanno fruttato nulla, sono stati fermi. Il nostro TEORICO CAPITALE sul quale sarà alla fine calcolata la pensione finale con i coefficienti già abbassati del 2010, è da anni mummificato.
A rendere più odiosa la sperequazione fra categorie di lavoratori divise dall’appartenenza ad un diverso sistema di calcolo della pensione o tra lavoratori e pensionati baby o di lusso e, in ultima analisi tra chi paga e chi gode (sempre se sufficiente beninteso) della pensione, è il constatare che i nostri contributi potrebbero ben diversamente essere rivalutati ed utilizzati se, davvero fossero nostri.
Prendiamo l’esempio di un lavoratore dallo stipendio di 1300 euro e ipotizziamo che questo sia il valore medio di uno sviluppo di carriere sostanzialmente piatta (che poi è la regola per la maggior parte dei lavoratori).
Mediamente, per questo lavoratore, vengono accantonati contributi previdenziali (fra quelli in busta paga e i versamenti del datore di lavoro) pari a circa 8000 euro l’anno. A questi, aggiungiamo la mensilità (più o meno) accantonata per la liquidazione.
Volendo applicare alla contribuzione un coefficiente di rivalutazione del 2% annuo netto (tenuto conto di una inflazione annua fra l’1,5 e il 2%) alla fine dei 40 anni di lavoro il nostro travet si ritroverebbe un piccolo capitale di €. 561.738. Ogni anno il 2% di questo capitale effettivamente nelle mani del nostro lavoratore gli frutterebbe 11.230 euro. Cifra, già questa calcolata con questo misero tasso, superiore al 60% del suo stipendio. In più, c’è un capitale.
E’ un esempio, ovviamente, con tutti i difetti e i limiti di un calcolo di questo tipo. Serve però a dare comunque una dimensione di quello che il nostro lavoro accantona e può accantonare anno per anno, ma soprattutto di quanto capitale derivante dal nostro lavoro resta nelle mani dell’INPS e che noi non vedremo mai e che non lasceremo a nessuno.

lunedì 31 ottobre 2011

Future pensioni: sempre meno

Lo sapevate? Dal 1 gennaio 2010 sono entrati in vigore i nuovi coefficienti pensionistici. La sottostante tabella (società di analisi Progetica) mostra di quanto le pensioni sono state e saranno penalizzate.

Anni Vecchi Coeff. Nuovi Coeff. Differenza
57 4,720% 4,419% -6,38%
58 4,860% 4,538% -6,63%
58 5,006% 4,664% -6,83%
60 5,163% 4,798% -7,07%
61 5,334% 4,940% -7,39%
62 5,514% 5,093% -7,64%
63 5,706% 5,257% -7,87%
64 5,911% 5,432% -8,10%
65 6,136% 5,620% -8,41%

Accanto ai nuovi coefficienti di calcolo applicati al montante finale della contribuzione occorre tenere presente un altro elemento di calcolo. Infatti li montante finale viene determinato " sommando i contributi di ciascun anno, rivalutato annualmente sulla base del tasso annuo di capitalizzazione risultante dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) calcolata dall'ISTAT."
Orbene, qual’ è stato il PIL italiano negli ultimi anni? Risposta: QUASI NULLO, ergo i nostri contributi pensionistici non si sono rivalutati per nulla negli ultimi anni. La nostra futura pensione, dunque, diminuisce sempre di più.

domenica 30 ottobre 2011

RENZI: IL NUOVO COME IL VECCHIO. MEGLIO CROZZA!

Ho sentito Renzi in TV parlare di pensioni.
La ricetta è questa...SI PUO' ALLUNGARE L'ETA' PENSIONABILE A PATTO CHE QUEL CHE SI RISPARMIA VADA A FAVORE DI GIOVANIE PRECARI.
BENE, BENISSIMO. Nessuna parola però sulla sperequazione esistente fra chi è già in pensione e chi la paga e fra sistemi (retributivo, contributivo, misto).
In poche parole, sembra che chi oggi lavora sia destinato a non trovare difesa politica nemmeno nel nuovo che avanza.
Come 40-50 enni restiamo quindi a culo scoperto, condannati semplicemente a pagare le pensioni degli altri ma non la nostra.
L'unico politico che ho sentito parlare di pensioni in maniera corretta è stato CROZZA a ITALIALAND. Ha portato l'esempio dei dui illustri personaggi politici famosi per il varo di imoportanti misure pensionistiche. AMATO e DINO. Uno con 30.000 l'altro con 40.000 euro AL MESE.

giovedì 27 ottobre 2011

Pensione a 67 anni e aspettativa di vita

La pensione a 67 anni propone un interrogativo. Ma a 67 anni, Uno, che fa? Ma soprattutto, che cosa gli consentirà di fare una pensione che sarà comunque molto diversa, forse un 40% in meno, di quelle pagate oggi a chi ha lavorato molto meno ed è andato in pensione molto più presto?.
Ah già! Dicono che quasi sicuramente si vivrà più a lungo, ma è tutto da vedere per chi ha magari fatto 40 anni e passa di fabbrica, di intasati mezzi pubblici presi quando è ancora notte, di pasti rimediati, di continue preoccupazioni per il mantenimento del posto di lavoro, di passaggi in cassa integrazione o mobilità, di incertezza nelle prospettive e di stipendi insufficienti a se e alla propria famiglia.
Quest’ultimi poi, insufficienti perché quasi il 33% della retribuzione lorda (fra versamenti del lavoratore 1/3 e del datore di lavoro 2/3) va accantonato per la previdenza, la pensione. Una cifra ragguardevole se ci fate caso. Per uno stipendio medio di circa 1300 euro pari ad un lordo di circa 23-24000 euro l’anno, sono quasi 8000 euro.
Un cifra non poi molto lontana, considerate le previsioni, dal netto (circa 8-900 euro mensili) che riceverà il nostro pensionato di 67 anni.
Se l’aspettativa di vita fosse anche 90 anni, quel pensionato di 67 non riuscirà mai a consumare quanto accantonato in 40 anni e che in 40 anni avrebbe dovuto essere messo a profitto e fruttare alla fine ben altra cifra dei semplici 8000X40.
Soldini, storia di fatica, che il nostro pensionato, al momento della prematura dipartita, non potrà nemmeno lasciare alla propria famiglia.
Quei soldini, frutto della previdenza CONTRIBUTIVA, NON SONO SUOI! Non sono stati accantonati e messi a frutto per lui. Signori, siamo nel sistema MUTUALISTICO. Sono serviti a pagare le pensioni degli altri!

domenica 9 ottobre 2011

nuova truffa inps

L’articolo dal titolo GIOVANI, SORPRESA PENSIONE ARRIVERA’ AL 70% DEL REDDITTO, apparso sul corriere della sera del 9 ottobre, conferma che l’INPS ha paura che la protesta contro l’attuale sistema pensionistico monti.
Con l’articolo l’INPS vuol rassicurare che i vecchi calcoli sugli effetti del sistema contributivo vanno corretti in ragione dell’allungamento dell’età pensionabile. Sicché pensioni prima calcolate tra il 50 e il 60%, per effetto dell’ulteriore allungamento del periodo contributivo, passano ora al bel valore del 70% dell’ultimo stipendio NETTO.
Notevole scoperta quella che si avrà di più contribuendo di più. E in ogni caso attenzione…si parla dell’ultimo stipendio netto. La truffa è proprio qua.
Perché chi è andato in pensione giusto ieri con 40 anni di contributi ha un assegno calcolato su un lordo pari all’80% del reddito da lavoro dipendente. Il che significa che, tolti i contributi previdenziali che non sono più dovuti, chi è andato in pensione ieri ha un assegno pensionistico sostanzialmente pari al proprio ultimo stipendio.
Una bella differenza quella tra quasi il 100% e il 70%.
Si cerca poi di dimostrare che con l’impiego del TFR nei fondi pensione la situazione per i pensionati del futuro potrà anche essere migliore, dimenticando però di dire che i pensionati di ieri e di oggi il loro bel TFR se lo sono potuti godere in altro modo senza doverlo arrischiare in fondi soggetti alle turbolenze del mercato.
Insomma, raccontando i calcoli in altro modo (casualmente a cura di un ex sindacalista CGIL, sindacato che ormai da tempo, come CISL e UIL rappresenta per la maggior parte pensionati), l’INPS dimostra di avere paura. Forse il momento che vedrà nascere la protesta di chi oggi paga le pensioni degli altri si sta davvero avvicinando.
A meno che con una vera riforma non si voglia mettere al vero problema delle pensioni: i diritti acquisiti di chi in pensione c’è già e magari ci è andato con 15, 20, 25 anni di lavoro (forse neanche effettivo), con il calcolo retributivo, e forse fa pure parte di quel 7% di pensionati che nel 2006 (dato Istat) si portava a casa il 25% delle pensioni di anzianità.
Per non parlare poi della pensione del Sig. Giuliano Amato…

martedì 20 settembre 2011

41.000 euro al mese

E dove, se non in Sicilia!
Solo nella regione a specialissimo statuto autonomo, inattaccabile da qualsiasi controllo, può succedere che tutti noi paghiamo ad un ex dirigente regionale un pensione MENSILE di tale ammontare.
Per la precisione la paghiamo al dott. Felice Costa ex dirigente nominato, nell'ultimissimo scampolo della sua carriera, a capo dell'agenzia dei rifiuti siciliana.
Grazie al cumulo degli incarichi (a prescindere dai risultati mostrati) e alla specialissima legge regionale del 62 che regola le pensioni dei dipendenti regionali che ancora possono andare in pensione con 25 anni di anzianità e con indennità di quiescenza che arrivano fino al 108% dell'ultimo stipendio.
Capita così che a soli 47 anni di età altro burocrate regionale goda già di ricc pensione: si chiama Piercarmelo Russo ed è riuscito ad andare in pensione ad appena 47 anni, con la motivazione di dover assistere il padre malato. Peccato, però, che qualche settimana dopo il presidente della Regione Raffaele Lombardo lo abbia nominato assessore.
Curiosità italiane, tipiche di un paese in cui il paradosso è parte della comune esperinza e dove nulla ormai stupisce.

mercoledì 14 settembre 2011

la povera pensione di Giuliano Amato

Visto ieri Giuliano Amato (il "pensatore" del PSI al tempo del CAF che ha fatto correre allegramente il debito pubblico) ciarlare disinvoltamente di manovre finaziarie con la Gruber su LA7.
Gioviale sino alla impertinente domanda della giornalista Trentina che gli chiedeva se fosse vero che la sua pensione viaggia sui 30.000 euro mensili.
Ovviamente NO! ha precisato il dott. Sottile. La sua pensione cumula il periodo svolto da parlamentare con quello di presidente dell'Antitrust, il cui stipendio è legato a quello dei giudici della corte costituzionale.
Quel solo incarico, tenuto dal 94 al 97 sembra avergli consentito, grazie al sistema retributivo con cui è andato in pensione di rapportarla tutta al valore degli stipendi ricevuti in quei soli 3 anni.
Risultato...11.000 euro netti al mese, che portati al lordo ed una volta aggiunto, sempre al lordo, il vitalizio da parlamentare, fanno appunto 30.000 e passa euro.
Questione di esposizione....

giovedì 1 settembre 2011

15 anni 6 mesi e … 1 giorno


15 anni 6 mesi e 1 giorno, quanto ancora bastava negli anni 80 per andare in pensione. Quanto bastava per insegnanti di scuola elementare, media e superiore per maturare una pensione che oggi vale circa 800 euro al mese. Quanto bastava per chi nel pubblico, durante quegli anni, ha magari pure svolto, in aggiunta all’insegnamento, l’attività professionale di avvocato, commercialista, ingegnere, architetto etc…, perché, come si sa, l’arte e la scienza sono libere, ed è libero il loro insegnamento.
Un privilegio, quello della pensione dopo 15 anni di lavoro, la cui enormità è oggi tanto più evidente di fronte alle decine, se non centinaia, di migliaia di precari della scuola in annosa attesa di un posto di ruolo.
Privilegi, si dirà, di un tempo. In realtà, non è cosi. E non solo perché la Regione Sicilia consente ai suoi dipendenti di andare ancora in pensione con soli 25 anni di lavoro ma perché le pensioni di tutti quanti sono andati in pensione sino a non molti anni fa con 15, 20, 25, 30 anni di lavoro e con il sistema retributivo, basato cioè sull’ultimo stipendio percepito, oggi le paghiamo noi, le paghiamo da molto tempo e per molto tempo le pagheremo ancora, fortuna loro.
A questi privilegiati, dalle pensioni rivalutate base istat e che formano lo zoccolo duro delle principali organizzazioni sindacali, disposte a parlare di pensione di chi oggi lavora già da 30 anni, ma non di quelle di chi già ne gode da venti o trenta anni e con molti meno anni di lavoro alle spalle, a questi privilegiati, si diceva, vanno oggi chiesti sacrifici e contributi di solidarietà.
Non a chi, dopo più di 40 anni di lavoro ci andrà, grazie al sistema contributivo ed al progressivo sgretolamento degli indici di rivalutazione, con una pensione non molto diversa dall’attuale assegno sociale riconosciuto agli indigenti.
Certo, c’è la questione dei diritti quesiti. Una volta acquisito un certo diritto, nel nostro ordinamento la persona che ne beneficia lo mantiene.
Un nobile e, in condizioni normali, giusto principio.
Derogato però con la riforma Dini che nel 1995 ha ritenuto di riconoscere ad alcun lavoratori questo principio e ad altri no.
E dunque, in condizioni non normali di crisi forse epocale, perché non chiedere ai privilegiati di un tempo un minimo sacrificio. Perché non dare una occhiata al reddito familiare delle pensioni baby, perché non sbocconcellare qualche cosa alle pensioni superiori ai 2000-2500 euro maturate con il sistema retributivo e godute già da anni?
Non sono forse i tartassati lavoratori di oggi a sostenere tutto il sistema pensionistico? Non meritano forse i futuri pensionati di domani e quelli di dopodomani una prospettiva certa, ragionevole ed onesta di fronte al contributo mensile lasciato sul campo?
Non è forse giunta l’ora ed il tempo per un nuovo patto sociale prima che sia troppo tardi, prima che la ribellione monti ed il conflitto fra chi ha avuto e chi non avrà diventi insanabile?
Invece NO! La risposta del Governo, del parlamento nel suo complesso e delle parti sociali non prevede minimamente di considerare la questione, se non in una ottica di peggioramento delle condizioni di chi oggi paga le pensioni degli altri.
E, allora, non resta che diventar padroni del proprio contributo!

martedì 30 agosto 2011

MANOVRA: In Culo ai 40-50 enni.


Se c’è una categoria bersagliata dalla manovra finanziaria proposta dal governicchio farsa di Berlusconi e Bossi, è quella dei lavoratori 40-50 enni.
A loro il compito di reggere il peso del paese sacrificando, loro, i diritti acqusiti che per altre categorie risultano invece intoccabili.
Hai fatto il militare? Cazzi tuoi! Il tuo paese non lo considera come un servizio obbligatorio prestato, ma semplicemente un anno di villeggiatura di cui forse, domani, ti chiederà il conto.
Hai riscattato l’Università, magari negli ultimi anni e, giustamente, con esborsi onerosi? Cazzi tuoi! Vorrà dire che la tua pensione sarà calcolata tenendo conto degli anni aggiuntivi di contribuzione (se vai con il contributivo o il misto) ma, 40 anni di lavoro effettivo li farai anche tu!
E chi, fortuna sua, è ancora nel retributivo?
Beh, al solito saranno probabilmente i più fortunati. Stando così, per come è stata annunciata la manovra, il rischio di un contenzioso giuridico amministrativo sulla questione è di facile premonizione. Tanto facile che per questa categoria è prevedibile lo stralcio dalla manovra.
Alla fine, chi si stava preparando alla pensione con il suo bel retributivo, bene o male, troverà il modo di andarci lo stesso.
Chi invece è molto giovane, se dipendente, si guarderà bene dal riscattare anni universitari e comunque, probabilmente, non ha fatto il militare. Ma, soprattutto, è forse ancora in tempo per guardarsi attorno e scegliere una attività indipendente dove potrà decidere e disporre da solo per il proprio futuro.
Restano i 40-50 enni. Una silente categoria sulla quale, dopo l’assenza di protesta al tempo della riforma Dini, si può tranquillamente scaricare di tutto e per cui non esistono, a differenza di altre, diritti acquisiti.
Sono stati zitti quando sono passati dal sistema retributivo al contributivo? Lo resteranno anche se gli togliamo il militare ed il riscatto della laurea!
E’ questo che devono aver pensato i nostri politici, ed è questo quello che hanno fatto!
40-50 enni? Un branco di pecore mute!

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lunedì 29 agosto 2011

TEST MEDICINA

Pare che l’età media in Italia del medico ospedaliero salirà tra breve a 56 anni. L’età della pensione media di un paio di lustri fa e l’età dell’ultima finestra negli ultimi anni per tanti medici che, usciti per pensionamento, sono poi immediatamente rientrati in corsia e in ambulatorio con contratti di consulenza o di sumaista, causa la improvvisa e non programmata carenza di medici.
Ciò nonostante, come sottolineano alcuni quotidiani odierni, dei 60.000 che si presenteranno oggi al test per entrare a medicina, solo poche centinaia saranno i prescelti per l’ambita carriera medica che si profila, in futuro, assai più redditizia dell’attuale e con maggiore ventaglio di scelta per la specialità.
I più danarosi, se respinti dal terno all’otto del test, potranno ovviamente optare per i corsi di laurea gestiti da università private, come ad esempio la Cattolica. Per tutti gli altri, non resta che ritentare il prossimo anno, scegliere il parcheggio in altro contermine corso di laurea o abbandonare del tutto l’idea di diventare un giorno medico.
Tutto ciò accade nonostante la carenza di medici sia conclamata e quotidianamente il ministero della salute riconosca titoli medici, come già successo per la professione infermieristica a laureati provenienti dall’estero.
Ma come sempre succede nel belpaese, anche l’evidenza viene ignorata e invece di togliere il test di accesso ovvero di moltiplicare i posti previsti, si riducono gli anni per il conseguimento della specializzazione e si facilita l’utilizzo del specializzando in corsia.
Tipica soluzione all’italiana, finalizzata a mettere una pezza ad una situazione che, lungi dal tutelare al meglio il diritto alla salute del popolo italiano, è unicamente tesa a garantire interessi di chi, dopo aver fatto il 68 e grazie all’eliminazione del divieto di cumulo fra pensione e contemporanea attività lavorativa, desidera aver mercato sino ad ottant’anni e più.
Tradotto. Lavoro garantito solo per i vecchi e per i giovani ciccia.
Stupisce, che stando così le cose, proprio dai giovani non pervenga alcun messaggio, alcuna protesta, alcuna manifestazione di malessere.
Ed è questa, a ben vedere, la cosa più preoccupante.

lunedì 22 agosto 2011

Manovra finanziaria

15 anni 6 mesi e 1 giorno, quanto bastava negli anni 80 per andare in pensione. Quanto bastava per insegnati di scuola elementare, media e superiore per maturare una pensione che oggi vale circa 800 euro al mese. Quanto bastava per chi, durante quegli anni, ha potuto godere dei benefici previsti per la maternità e svolgere, in aggiunta all’insegnamento, l’attività professionale di avvocato, commercialista, ingegnere, architetto etc…, perché, come si sa, l’arte e la scienza sono libere, ed è libero il loro insegnamento.
Un privilegio, quello della pensione dopo 15 anni di lavoro, la cui enormità è oggi tanto più evidente di fronte alle decine, se non centinaia, di migliaia di precari della scuola in annosa attesa di un posto di ruolo.
Privilegi, si dirà, di un tempo. In realtà, non è cosi. E non solo perché la Regione Sicilia consente ai suoi dipendenti di andare ancora in pensione con soli 25 anni di lavoro ma perché le pensioni di tutti quanti sono andati in pensione sino a non molti anni fa con 15. 20, 25, 30 anni di lavoro e con il sistema retributivo, basato cioè sull’ultimo stipendio percepito, oggi le paghiamo noi, le paghiamo da molto tempo e per molto tempo le pagheremo ancora, fortuna loro.
A questi privilegiati, dalle pensioni rivalutate base istat e che formano lo zoccolo duro delle principali organizzazioni sindacali, disposte a parlare di pensione di chi oggi lavora già da 30 anni, ma non di quelle di chi già ne gode da venti o trenta anni e con molti meno anni di lavoro alle spalle, a questi privilegiati, si diceva, vanno oggi chiesti sacrifici e contributi di solidarietà.
Certo, c’è la questione dei diritti quesiti. Una volta acquisito un certo diritto, nel nostro ordinamento la persona che ne beneficia lo mantiene.
Un nobile e, in condizioni normali, giusto principio.
Derogato però con la riforma Dini che ha ritenuto che alcun lavoratori potessero ancora andare in pensione con il sistema retributivo, mentre altri no!
E dunque, in condizioni non normali e considerato che sono i lavoratori attuali a pagare le pensioni degli attuali pensionati, è bene che sia su questi o meglio su quelli tra questi a diverso titolo privilegiati che deve pesare il costo di qualsiasi presente e futura manovra finanziaria

mercoledì 20 ottobre 2010

Francia Italia 1 a 0

In Francia, forse perchè è là che hanno fatto la rivoluzione, hanno l'abitudine di difendere i propri diritti scendendo in piazza.
3,5 milioni di Francesi hanno ieri manifestato la loro contrarietà alla riforma pensionistica che innalza l'età per usufruire di tale diritto a ben 62 anni, pensate un pò.
E noi? Noi, da bravi pecoroni pronti ad innamorarci dell'uomo simbolo, sia di destra che di sinistra, noi che amiamo nella politica più il sorriso e la battuta che il contenuto, noi che abbiamo la casta politca più vergognosa che difende a spada tratta ogni singolo suo privilegio, noi abbiamo assistito silenti in un sol colpo all'innalzamento dell'età pensionabile a 65 anni e al contemporaneo taglio dei coefficienti di rivalutazione.
In Francia avrebbero preso L'Eliseo. Noi, Italianamente, aspettiamo anni migliori.

mercoledì 5 maggio 2010

La pensione degli avvocati? LA PAGHIAMO NOI!!!

Parlamento e Senato pullulano di avvocati. Che ci fanno? Ovvio... fanno leggi utili a loro. Il più complicato ed incerto ordinamento giuridico del mondo è quello Italiano che, difatti, vanta tanti avvocati quanti non ne hanno assieme francia, germania ed inglilterra. Alla pletorica e contraddittoria produzione giuridica utile a creare occasioni di lavoro per la categoria hanno ora avuto la sfacciataggine di proporre una legge spudoratamente utile pro domo loro.
Il loro fondo pensione fa acqua e crollera nei prossimi anni. Il motivo? Semplice. Un avvocato con 35 anni di anzianità oggi può andare in pensione con 2500 euro al mese, avendone versati solo 7-8000 all'anno di contributi. In buona sostanza, il fondo pensione degli avvocati, grazie anche all'attuale numero abnorme di avvocati che versano contributi, assicura a chi è in pensioone il triplo di quello che ha versato.
Che fare dunque? Allungare l'età pensionabile, ridurre i coefficienti di rivalutazione e di moltiplicazione come per tutti i contribuenti dell'inps.
Mica sono fessi. Questi hannoa vuto il coraggio di proporre una tassa del 5% da far pagare ai propri clienti per sostenere il fondo pensioone avvocati. PER LEGGE!

Leggete il contrivuto di Antonio Borghesi in parlamento contro la proposta.
http://www.antonioborghesi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=265&Itemid=1

mercoledì 28 aprile 2010

E’di oggi la notizia che la Guardia di Finanza ha trovato che un notaio avrebbe evaso il fisco per 250 milioni di euro, più altri 51 di IVA.
300 Milioni! Ma quanto guadagna un notaio? Immobili, case sparse per tutta italia, fondi esteri, 30, dico 30 conti bancari. Uno così dove lo trovava poi il tempo di fare il notaio?
Poveri notai. E io che mi credevo che, per il tipo di attività svolta, non fosse per loro possibile evadere le tasse.
Poveri notai. Categoria tanto bisognosa da essere protetta e coccolata dallo stato. Un numero chiuso, cui si entra a far parte solo se si è proverbialmente figli di notai.
Una figura che esiste solo in Italia per costringere la collettività a pagare una attività professionale per lo più inutile per la maggioranza della popolazione e sovente giustificata unicamente per la scarsa chiarezza ed efficacia della normativa vigente.
Le stesse ragioni, unitamente al malfunzionamento dei tribunali che fanno prosperare le decine di migliaia di avvocati italiani.
Anche loro, bisognosi di essere protetti con la tariffa minima.

venerdì 23 aprile 2010

questione di casta

Ordini professionali all’attacco. E noi?
Il Corriere del 6 aprile dedica 2 pagine alla notizia che il Ministro Alfano ha convocato gli ordini professionali per la possibile abolizione della legge Bersani che aveva eliminato la tariffa minima.
Detto in due parole, dopo la Bersani il cliente poteva e può contrattare con il professionista l’importo della prestazione. Con la tariffa minima NO!
Avvocati, ingegneri, architetti, commercialisti, etc.. difendono gli interessi di categoria. Da un lato limitano gli accessi alla professione ai giovani laureati, dall’altro vogliono avere ben assicurato il proprio reddito.
Ricordo a tutti che la prestazione fornita da questi professionisti non è di RISULTATO. Loro sono chiamati a rendere i propri servizi al cliente solo con la normale diligenza riconosciuta alla professione (provate poi voi a farla verificare).
Dice il Corriere, sottolineando l’importanza dei professionisti, che le categorie professionali sono responsabili del 12,5% del PIL italiano. Facendo due conti e considerato che il PIL 2009 è di circa 1750 miliardi di Euro, significa che gli italiani hanno pagato ad Avvocati, Commercialisti, Medici specialisti, Architetti, Ingegneri, Ragionieri, e via dicendo la bellezza di 210 Miliardi di Euro.
210 Miliardi che, a ben vedere, corrispondono ad una parte di PIL conteggiato 2 volte. Prodotto in altra maniera, consumato per i professionisti e quindi riconteggiato.
Ciò detto, quel che mi interessa segnalare è che, mentre tutti si organizzano per difendere i propri interessi, noi continuiamo a stare alla finestra a vedere i soldi della nostra pensione finire, improduttivi, nelle tasche degli altri.
Tra parentesi, molte di queste categorie avevano forme pensionistiche proprie i cui deficit sono alla fine transitati nel calderone del’INPS a spese dei lavoratori dipendenti .
Segnalando al proposito che ancora la categoria degli avvocati ha un proprio fondo che assicura al professionista 2500 euro di pensione dopo soli 35 anni di lavoro a fronte degli stessi versamenti di un normale impiegato o operaio. Il che significa che gli avvocati che si apprestano oggi ad andare in pensione percepiranno mensilmente il 400 % di quanto mensilmente versano alla loro cassa. Per questo stesso motivo, quel fondo è grandemente in deficit. Non vorrei che le iniziative del Ministro Alfano finissero per regalare alle centinaia di migliaia di azzeccagarbugli italiani la pensione pagata dai loro tartassati.