Prendete il vostro attuale stipendio e immaginate che, euro più, euro meno quello sia lo stipendio che percepirete il giorno prima di andare in pensione a 66-67 anni di età.
Succederà per molti, per la maggior parte dei lavoratori.
Ora, dividetelo per 2 e guardate bene il totale. E’ quanto vi sarà elargito di pensione.
Per fare un esempio, se dipendente pubblico appartenete alla categoria B saranno circa 600 Euro, se alla C circa 700 e tra gli 8 e 900 alla D.
Non incazzatevi, non è ancora il momento.
Ora predente il vostro CUD e fate il 33% del totale imponibile.
Ne uscirà un cifra importante, circa 6000 euro se B, attorno agli 8000 se C, 9-10.000 per un D.
E’ il CONTRIBUTO che annualmente viene versato per la vostra futura pensione.
Ora, per incazzarvi davvero, considerate l’importo dell’assegno sociale che l’INPS (quindi anche con i vostri contributi) paga ai cittadini indigenti privi di reddito al compimento del 65° anno di età: per l’anno 2012 sono 429 Euro per 13 mensilità.
200 Euro in meno di un dipendete pubblico di categoria B, 400 di un C, 5-600 di un D; i quali , rispetto al percettore di assegno sociale, vedono tornare indietro meno della metà di quanto versato annualmente.
Ma questa, quella del paragone del percettore a 65 di assegno sociale, non che una riflessione portata all’estremo e che nulla intende rivendicare rispetto al percettore di questo particola beneficio.
La questione è che l’attuale regime pensionistico contributivo non solo non assicura un livello di esistenza paragonabile a quello goduto durante il periodo lavorativo, ma NON E’ NEMMENO UN VERO REGIME CONTRIBUTIVO perché ritorna al contribuente infinitamente meno di quanto versato nell’arco di una intera, lunga ed estenuante vita lavorativa.
Un blog per parlare di chi lavoratore dipendente, o peggio ancora, lavoratore precario, versa oggi contributi solo per le pensioni degli altri. Per parlare di quello che ci stanno rubando e che nessuno mai ci restituirà.
Senzapensione
Effetti della pensione del futuro
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lunedì 26 marzo 2012
venerdì 17 febbraio 2012
IL PRIVILEGIO DEI PENSIONATI (DAI 3000 € IN SU)
L’abolizione del divieto di cumulo fra pensione e lavoro, varata dal governo Berlusconi all’atto del suo insediamento ma votata da tutte le forze politiche dell’arco parlamentare continua a dare gli effetti sperati.
Dai medici ospedalieri, alla dirigenza, ai grand commis dello stato, da tre anni a questa parte, è stato ed è tutto un fuggi fuggi verso verso il traguardo pensionistico.
Poi, si può continuare a lavorare cumulando la pensione allo stipendio di consulente o sumaista in ospedale, di direttore generale presso l’ente pubblico da cui si è appena usciti, di general manager della società pubblica di cui si era direttori.
Che io sappia nessun semplice impiegato è stato riassunto in area pubblica per continuare a fare da pensionato quel che faceva prima.
Che io sappia, a nessun lavoratore metalmeccanico o di qualche grande industria o semplice travet , magari dopo 35-40 anni di lavoro e di lunghi spostamenti con i comodissimi e puntuali mezzi pubblici, è venuto in mente di farsi riassumere ne, tantomeno, la riassunzione gli sia mai stata proposta!
Quella della riassunzione, quella della opportunità di lavorare e di percepire nel contempo la pensione, sembra essere privilegio dell’alta burocrazia, dell’alta dirigenza o di determinate, potenti categorie, come quella dei medici, che non contenti di aver potuto svolgere negli anni attività libero professionale accanto a quella di pubblico dipendente (unica categoria del pubblico accanto a quella degli insegnanti) sono pure riusciti ad assicurarsi una attività perpetua, grazie al blocco degli accessi universitari a medicina e alla conseguente penuria di laureati in medicina.
Privilegi “borghesi” dunque, di fatto riservati ad una particola categoria, difficilmente utilizzabili dal popolo dello stipendi o appena sufficiente a soddisfare i bisogni primari della persona, e forse nemmeno quelli.
Al popolo dei 1200-1300 euro mensili, pure così invidiato da quello dei precari, nulla è invece riservato. Paria senza diritti, senza aspettative, senza pensione, unicamente utili a pagare per tutti, compresi i loro privilegi.
Con l’abolizione del divieto di cumulo siamo dunque al paradosso. Quello che permette, ad esempio, all’ex segretario generale della Provincia di Venezia, di correre in pensione e di farsi riassumere il giorno dopo come Direttore Generale, o al Direttore generale di Veneto Agricoltura di andare in pensione e di essere rinominato il giorno dopo. Dipendenti pubblici privilegiati dallo stipendio annuale a 5 zeri e dalla pensione (retributiva) commisurata.
Dai medici ospedalieri, alla dirigenza, ai grand commis dello stato, da tre anni a questa parte, è stato ed è tutto un fuggi fuggi verso verso il traguardo pensionistico.
Poi, si può continuare a lavorare cumulando la pensione allo stipendio di consulente o sumaista in ospedale, di direttore generale presso l’ente pubblico da cui si è appena usciti, di general manager della società pubblica di cui si era direttori.
Che io sappia nessun semplice impiegato è stato riassunto in area pubblica per continuare a fare da pensionato quel che faceva prima.
Che io sappia, a nessun lavoratore metalmeccanico o di qualche grande industria o semplice travet , magari dopo 35-40 anni di lavoro e di lunghi spostamenti con i comodissimi e puntuali mezzi pubblici, è venuto in mente di farsi riassumere ne, tantomeno, la riassunzione gli sia mai stata proposta!
Quella della riassunzione, quella della opportunità di lavorare e di percepire nel contempo la pensione, sembra essere privilegio dell’alta burocrazia, dell’alta dirigenza o di determinate, potenti categorie, come quella dei medici, che non contenti di aver potuto svolgere negli anni attività libero professionale accanto a quella di pubblico dipendente (unica categoria del pubblico accanto a quella degli insegnanti) sono pure riusciti ad assicurarsi una attività perpetua, grazie al blocco degli accessi universitari a medicina e alla conseguente penuria di laureati in medicina.
Privilegi “borghesi” dunque, di fatto riservati ad una particola categoria, difficilmente utilizzabili dal popolo dello stipendi o appena sufficiente a soddisfare i bisogni primari della persona, e forse nemmeno quelli.
Al popolo dei 1200-1300 euro mensili, pure così invidiato da quello dei precari, nulla è invece riservato. Paria senza diritti, senza aspettative, senza pensione, unicamente utili a pagare per tutti, compresi i loro privilegi.
Con l’abolizione del divieto di cumulo siamo dunque al paradosso. Quello che permette, ad esempio, all’ex segretario generale della Provincia di Venezia, di correre in pensione e di farsi riassumere il giorno dopo come Direttore Generale, o al Direttore generale di Veneto Agricoltura di andare in pensione e di essere rinominato il giorno dopo. Dipendenti pubblici privilegiati dallo stipendio annuale a 5 zeri e dalla pensione (retributiva) commisurata.
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